Pastoral counseling: la nuova frontiera del prendersi cura

Si è svolta a Padova una giornata di confronto su una pratica (il pastoral counseling) e una figura (il pastoral counselor) in Italia ancora molto giovani e impegnate a trovare un proprio posto nell’ambito delle professioni di aiuto. Kirk Bingaman, professore di Pastoral Care and Counseling alla Fordham University di New York, ha aperto una finestra sul contributo scientifico portato alla cura pastorale dall’emergente campo di studi delle neuroscienze contemplative.

20 aprile 2018. Le realtà accademiche e formative italiane che si occupano di relazione d’aiuto pastorale (pastoral counseling) si sono incontrate a Padova nel convegno promosso dalla Facoltà teologica del Triveneto “Conoscere se stessi. Identità e finalità del pastoral counseling”. Una giornata di confronto e di scambio su una pratica e una figura (il pastoral counselor) che in Italia sono ancora molto giovani e impegnate a trovare un proprio posto nell’ambito delle professioni di aiuto.

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L’obiettivo del counseling è prendersi cura della persona, in modo autentico e competente, per migliorare la qualità della vita. Si tratta di un argomento inedito per il contesto italiano e ancor più per il mondo ecclesiale cattolico, dove si stanno sviluppando alcune esperienze di pastoral counseling finalizzate ad aiutare la persona – mediante un dialogo in un contesto di fede – a superare disagi – non patologici – legati alle relazioni familiari o personali o alla stima di sé.

L’efficacia terapeutica della parola, comune al counseling di ambito psicologico, qui si unisce alla dimensione religiosa e spirituale, che gioca un ruolo determinante, caratterizzando e qualificando la proposta di aiuto “pastorale”. Viene così introdotta – accanto alle tradizionali figure del padre spirituale e del confessore – la nuova figura del pastoral counselor.

In Nord America il pastoral counselor è professionalità riconosciuta ormai da decenni e oggi la frontiera più avanzata nella cura pastorale si basa sulle acquisizioni scientifiche dall’emergente campo degli studi sulle neuroscienze contemplative, come ha testimoniato al convegno Kirk Bingaman, pastore presbiteriano, professore di Pastoral Care and Counseling alla Fordham University di New York, tra i maggiori esperti internazionali in materia. «Possiamo letteralmente modificare in meglio il funzionamento e la connettività del cervello – spiega – attraverso pratiche contemplative-spirituali che rafforzano le regioni neurali associate alla salute e al benessere, mentre acquietiamo quelle associate a stress e ansia. Questo è il potere della neuroplasticità, che tratta della capacità del cervello di modificare struttura e funzionamento. Mentre ci dedichiamo alle pratiche contemplative spirituali noi riprogrammiamo, scolpiamo la mente e il cervello, gradualmente e giorno dopo giorno». E aggiunge: «La preghiera contemplativa e la meditazione sono sempre stati considerati una pratica di valore da un punto di vista spirituale: ora le neuroscienze ci rendono edotti degli ulteriori benefici psico-fisiologici. Questo suggerisce che lo scopo della pratica contemplativa spirituale, diversamente da quanto sostengono alcuni, non è una fuga nell’auto-indulgenza o lontano dalla “vita vera”. Piuttosto, rafforza la nostra capacità di auto-cura e di prenderci cura dei nostri rapporti personali e professionali: sviluppiamo un maggiore impegno relazionale con la pienezza della vita». Infine sottolinea: «Nelle comunità religiose la pratica contemplativa ha una importanza paragonabile al credo religioso e alla dottrina».

In Italia la diffusione del pastoral counseling, e soprattutto della figura del pastoral counselor, è ancora molto incerta e limitata per diversi motivi, laici e pastorali: la resistenza, in campo psicologico, da parte dello psicologo laico, che normalmente distingue il mondo psicologico da quello spirituale/religioso; l’attaccamento, in campo pastorale, alle prassi consolidate dell’accompagnamento spirituale e della confessione individuale (pur se oggi si trovano in crisi).
«Il counseling pastorale offre a quello psicologico la ricchezza della tradizione giudeo-cristiana e il richiamo costante al valore della persona umana, la cui dimensione spirituale (senso, valori, trascendenza) va affermata come elemento essenziale» spiega p. Angelo Brusco, direttore del Centro camilliano di formazione di Verona. «D’altra parte il pastoral counseling è un ministero della comunità cristiana e occupa un suo specifico posto accanto alla predicazione, alla celebrazione liturgica e all’insegnamento. Il pastoral counselor lavora in un contesto ecclesiale; la sua attività pastorale non può fare astrazione dalla comunità che egli serve. Egli utilizza conoscenze specifiche e tecniche della psicologia e delle scienze umane del comportamento, ma riconosce Dio come agente ultimo della relazione e della crescita umana e spirituale della persona che chiede aiuto per le più diverse difficoltà della vita: fallimento, lutto, problemi educativi, familiari, finanziari, solitudine, malattie, paura della morte… Tutte le questioni vitali, anche le più ordinarie, sono suscettibili di essere confrontate al vangelo e considerate alla luce della fede».

Sul territorio nazionale sono presenti alcuni eccellenti centri di formazione, che hanno portato la loro esperienza al convegno: l’Istituto Studi e ricerche di pastoral counseling (rappresentato dal fondatore, mons. Guglielmo Borghetti, vescovo di Albenga-Imperia), il Centro camilliano di formazione (con il fondatore e direttore Angelo Brusco, formatosi in USA e Canada), il Pontificio Istituto di spiritualità Teresianum (con il docente emerito e supervisor counselor Luis Jorge Gonzalez), il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II (con il preside mons. Pierangelo Sequeri), l’Istituto superiore per formatori di Brescia (con il direttore Andrea Peruffo), lo Iusve di Venezia (con il direttore del Dipartimento di Pedagogia, Vincenzo Salerno); e ancora sono intervenute le voci di Ines Testoni, docente di Psicologia sociale all’Università di Padova, fondatrice e direttrice del master “Death Studies & End of Life”, e di Barbara Marchica, counselor pastorale che ha conseguito il dottorato presso la Facoltà teologica del Triveneto con una tesi su “Identità e finalità del PastoralCounseling. La dinamica della coscienza tra interiorità e conoscenza di sé sullo sfondo dell’antropologia teologica di B. Lonergan”.

Alla riflessione di carattere teorico sull’identità e finalità della relazione d’aiuto pastorale offerta dal convegno della Facoltà teologica del Triveneto segue, sabato 21 aprile, un workshop di taglio più pratico (Collegio Dimesse a Padova – organizzazione e info: www.barbaramarchica.it).
Scopo della proposta, sviluppata sul tema “Le 7 risorse del pastoral counseling. Migliorare e potenziare le relazioni interpersonali”, è offrire un’esperienza sulla conoscenza di sé, capace di mostrare il rapporto intrinseco tra teoria e pratica. «Abbiamo rintracciato sette parole chiave che – spiega l’organizzatrice Barbara Marchica – possono essere le risorse per eccellenza del pastoral counseling. Le sette parole diventano altrettanti laboratori, che permettono di vivere una breve esperienza di conoscenza di sé: dialogo interiore, compassione, comunicazione non violenta, intelligenza emotiva, respiro consapevole, meditazione, espressione artistica».

Gli eventi sono organizzati da Facoltà teologica del Triveneto in collaborazione con Iusve-Istituto universitario salesiano Venezia, Istituto superiore per formatori, AssoCounseling e con il sostegno del Servizio nazionale per gli studi superiori di teologia e di scienze religiose della Conferenza episcopale italiana.

 

Paola Zampieri

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