Donne nella chiesa: quale spazio?

Verso il convegno sulla sinodalità (12 aprile 2019) - 1. Sulla scia delle parole di papa Francesco sulla donna, apriamo una serie di approfondimenti su alcuni aspetti della sinodalità. Iniziamo con il tema della presenza e del ruolo della donna nella chiesa, con un’intervista alla teologa Simona Segoloni.

«Non si tratta di dare più funzioni alla donna nella chiesa – sì, questo è buono, ma così non si risolve il problema – si tratta di integrare la donna come figura della chiesa nel nostro pensiero». Così nell’aula del Sinodo in Vaticano, dove dal 21 al 24 febbraio si è parlato della protezione dei minori nella chiesa, papa Francesco si è espresso, a braccio, dopo l’intervento di Linda Ghisoni, sottosegretario per la Sezione per i fedeli laici del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita.

Ma quale valore, e quale spazio effettivo, ha la presenza delle donne nella chiesa? Con questo tema iniziamo una serie di approfondimenti su diversi aspetti della sinodalità, in vista del convegno delle Facoltà teologiche italiane che si terrà a Padova il 12 aprile (vai alla notizia).

Ne parliamo con Simona Segoloni, docente di teologia dogmatica all’Istituto teologico di Assisi e membro del gruppo di lavoro inter-facoltà che ha preparato il convegno.

Il documento della Commissione teologica internazionale “La sinodalità nella vita e nella missione della chiesa” (2 marzo 2018), al n. 105 scrive: «La conversione pastorale per l’attuazione della sinodalità esige che alcuni paradigmi spesso ancora presenti nella cultura ecclesiastica siano superati, perché esprimono una comprensione della chiesa non rinnovata dalla ecclesiologia di comunione. Tra essi la concentrazione della responsabilità della missione nel ministero dei pastori; l’insufficiente apprezzamento della vita consacrata e dei doni carismatici; la scarsa valorizzazione dell’apporto specifico e qualificato, nel loro ambito di competenza, dei fedeli laici e tra essi delle donne».

Professoressa Segoloni, il documento della Cti indica alcuni ambiti problematici per l’attuazione della sinodalità. Qual è la radice di queste difficoltà?

«Fondamentalmente è il clericalismo, l’idea cioè che la chiesa coincida con i ministri ordinati e che tutto il resto sia marginale. Questo si unisce a un maschilismo che sbilancia la struttura sociale della chiesa e, anziché valorizzare la novità evangelica che porta a costruire una chiesa di fratelli e sorelle, rischia invece di esaltare le differenze in modo distorto: le donne hanno alcuni doni e sono adatte per alcune cose, gli uomini hanno altri doni e sono adatti per altre cose».

Questo secondo lei tradisce l’identità della chiesa?

«Dal punto di vista dell’annuncio di fatto si realizza una devianza, perché la novità evangelica vede uomini e donne chiamati al discepolato, all’annuncio, al servizio. Dal punto di vista delle prassi ecclesiali, questa visione dominante determina l’impossibilità di vivere relazioni realmente fraterne. Abbiamo sempre relazioni gerarchiche fra un maschile e un femminile, a meno che non ci si sposti in ambiti totalmente laicali, come aggregazioni e movimenti, dove qualcosa si ridimensiona ma, paradossalmente, perché si ragiona secondo la mentalità diffusa nella società e non per una rinnovata consapevolezza ecclesiale».

Come si può ridimensionare questo sbilanciamento e come rivalorizzare in modo più proprio il contributo femminile?

«Si ridimensiona sviluppando prassi sinodali, attuando correttivi pratici, esperienziali, che poi potranno incidere anche sulle idee. Teniamo conto che quando il maschile è stato interiorizzato come il “non farsi comandare da una donna” – e per molti è così – metterlo in discussione significa toccare sul vivo l’identità personale e quindi scatenare reazioni, anche violente, di difesa di ciò che è culturalmente ormai acquisito».

Alcune dinamiche virtuose però sono sempre state messe in atto nella vita della chiesa.

«Certo, bisogna riconoscere che ci sono degli spazi per le donne. Però si tratta di spazi che, almeno allo stato attuale, si legano all’autenticità delle persone, all’occasione del momento, magari a un ministro ordinato particolarmente lungimirante e collaborativo oppure a donne che hanno combattuto le loro battaglie e qualcosa hanno ottenuto… È la struttura ecclesiale che su questo è in difficoltà».

Ha accennato ad alcuni correttivi.

«Innanzitutto bisognerebbe attivare percorsi sinodali reali, dove cioè la parola “consultivo” non sia sinonimo di “accessorio”. In un organismo consultivo, chi decide è tenuto all’ascolto obbediente di ciò che lo Spirito discerne in quella porzione di chiesa radunata; e se in questo consiglio assieme agli uomini siedono le donne, allora anche da esse dipende ciò che si deciderà. Si potrebbe inoltre pensare a ruoli di leadership per le donne, posizioni di responsabilità, anche se non legati a un ministero ordinato».

Papa Francesco ha valorizzato alcune figure femminili nei dicasteri vaticani e ha istituito una commissione di studio sul diaconato delle donne.

«In papa Francesco vedo un’autenticità personale e delle intuizioni profetiche. La sua idea di chiesa e di vangelo lo spinge a valorizzare tutti nella chiesa e direi anche a percepire il monocolore maschile come un difetto, una minorazione della chiesa, che senza le donne risulta deficitaria nell’annuncio e nella testimonianza. Quella del diaconato potrebbe diventare un’opportunità per una ricomprensione del ministero ordinato e quindi per riequilibrare la struttura ecclesiale con ruoli di responsabilità per entrambi i sessi. Per rappresentare il Cristo non c’è bisogno di essere maschi… ma il cammino perché questo sia condiviso da tutti è ancora lungo e irto di ostacoli».

Paola Zampieri

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