Fare teologia insieme. Intervista al neopresidente Ati, don Riccardo Battocchio

Il ruolo della teologia nello spazio pubblico, il dialogo fra teologia e cultura, la riforma nella chiesa, la fede per il nostro tempo e, sullo sfondo, la fondamentale “questione di Dio”. Sono questi i temi principali al centro dell’attenzione dell’Associazione teologica italiana (Ati). Intervista al neo-eletto presidente, don Riccardo Battocchio.

Don Riccardo Battocchio, docente di teologia dogmatica e vicepreside della Facoltà teologica del Triveneto, è il nuovo presidente dell’Ati – Associazione teologica italiana. È stato eletto il 5 settembre 2019 nel corso del congresso che si è svolto a Enna (comunicato stampa Ati). Già segretario dell’Associazione dal 2007 al 2015, ce ne fa conoscere l’impegno per la teologia, la chiesa e il mondo in cui viviamo.

Professor Battocchio, dal 1967, nello spirito di servizio e di comunione indicato dal Concilio, l’Ati si è assunta il compito di sviluppare in Italia la cultura teologica, sia in quanto alla ricerca, sia in quanto alla diffusione. Che cos’è, nel 2019, l’Ati?

«Da 52 anni l’Ati è il luogo nel quale un nutrito gruppo di teologi e di teologhe possono incontrarsi per svolgere assieme il loro servizio all’intelligenza della fede della chiesa e all’annuncio del vangelo in questo tempo. L’Associazione è una voce, anche autorevole, attiva assieme alle altre nove che partecipano al Cati – Coordinamento delle associazioni teologiche italiane. Ed è uno spazio di libertà, che accoglie persone di varia formazione e sensibilità. I 250 soci, di diverse età a provenienza, sono accomunati da un chiaro riferimento al concilio Vaticano II e alla storia che da lì è partita».

Qual è la linea attuale dell’Associazione e quali sono le prospettive di lavoro per i prossimi anni?

«Negli ultimi due decenni la ricerca si è concentrata sulle questioni del metodo teologico e sul tema della salvezza. Il prossimo corso di aggiornamento (2-4 gennaio 2020) verterà sul ministero e sull’identità del prete nella chiesa. Per i prossimi anni si delinea l’esigenza di approfondire la presenza della teologia nello spazio pubblico e il rapporto teologia-cultura. La teologia è servizio nella chiesa e, poiché la chiesa non vive per se stessa ma per il mondo, anche la teologia ha l’esigenza intrinseca di incontrarsi con le culture, “in strettissima congiunzione con gli uomini del nostro tempo” secondo l’espressione di Gaudium et spes (n. 62)».

Il vostro motto è: “fare teologia insieme”. Come si declina questo motto?

«Lo stile è dato dall’avverbio “insieme”, che va sempre collegato al “fare teologia”. Ci ha richiamati a questo anche papa Francesco nel discorso che ci ha rivolto in occasione del 50mo anniversario dell’Associazione (29 dicembre 2017). Il nostro scopo è fare teologia impegnandoci in un serio cammino di ricerca e di approfondimento dei vari aspetti del sapere teologico».

La parola “insieme” fa pensare anche a un dialogo fra diverse parti. C’è dialogo con le altre religioni?

«Il dialogo, a partire dal Concilio e da Paolo VI, è uno dei-valori guida della chiesa del nostro tempo e il tema è stato affrontato a più riprese e sotto diversi aspetti nei nostri convegni. Nel nuovo consiglio direttivo è presente Gianni Criveller, missionario del Pime e teologo attento ai rapporti con il mondo orientale, in particolare con la Cina, che potrà portarci a nuove aperture».

E in altri ambiti, quale dialogo è possibile costruire?

«Il recente congresso di Enna ha aperto una finestra su temi attuali, quali neuroscienze, new media, economia e finanza, come sfide per la teologia. Su questo abbiamo dialogato con ospiti provenienti da ambienti non teologici ed è un impegno che si desidera portare avanti perché la vita della chiesa e le istanze della cultura non vanno intese come due ambiti separati o due fronti contrapposti: si tratta del mondo in cui siamo immersi ed è questo mondo che dobbiamo cercare di comprendere e a esso dobbiamo portare il nostro contributo di persone credenti e pensanti».

Quali sono le principali difficoltà per chi pratica la teologia?

«C’è poco tempo per l’attività di ricerca; mancano risorse economiche; si rischia la dispersione delle energie per il moltiplicarsi delle proposte di incontro e di formazione che coinvolgono, più o meno, le stesse persone. C’è anche il rischio che in Italia si crei una separazione, non certo voluta, fra la parte maschile e la parte femminile del lavoro teologico: andrà per questo sostenuta la collaborazione dell’Ati con il Coordinamento teologhe italiane, e viceversa, per evitare una divisione fra uomini (maschi) e donne che lavorano con lo stesso obiettivo di far crescere la riflessione teologica a servizio della chiesa e del mondo».

L’Ati esprime anche delle potenzialità.

«È certamente una risorsa l’incontro fra teologi e teologhe che provengono da percorsi formativi diversi, fanno riferimento a realtà ecclesiali diverse, hanno età diverse (si affaccia ormai la terza generazione di teologi del post-Concilio). Ciò permette di superare i confini entro cui, inevitabilmente, le Facoltà teologiche si trovano a operare. Da qualche tempo, a Milano e Roma si tengono alcune attività con i dottorandi per far conoscere l’Associazione e per capire quali ambiti di ricerca questi giovani frequentano».

Quale rapporto c’è con le Facoltà teologiche?

«Le Facoltà teologiche hanno come compito (non l’unico) quello della prima formazione. L’Ati si propone come luogo dove chi ha conseguito i gradi accademici e già insegna può continuare ad aggiornarsi, può approfondire e anche offrire i risultati delle proprie ricerche nei corsi e nei congressi (cui segue sempre la pubblicazione degli atti nella collana ForumAti). In questi ultimi anni, tra l’altro, il legame si è fatto più stretto in quanto sono entrati nel consiglio direttivo dell’Associazione alcuni membri che hanno compiti di responsabilità nelle Facoltà. Anche chi non ha il dottorato può tuttavia aderire all’Ati, come socio “partecipante”».

Più in generale, qual è la questione fondamentale per il nostro tempo?

«Sembrerebbe banale dirlo, ma ciò che rimane sempre al centro dell’attenzione della teologia è la questione di Dio. Siamo teologi perché cerchiamo di parlare, nel modo meno inadeguato possibile, di colui che, nel linguaggio della fede, si chiama Dio e che si è consegnato alla storia nella figura di Gesù Cristo. Non si può però parlare adeguatamente di Dio se non si pensa, in maniera seria, all’essere dell’uomo nel mondo, al compito della chiesa, alla dimensione religiosa presente, in varie forme, nelle culture e nella storia. Parlare teologicamente di questione morale, di rapporto con l’ambiente, di economia e di finanza non è possibile se non in riferimento al Dio che si è rivelato nella storia».

Quali sono i temi principali, più attuali, che la teologia è chiamata ad affrontare?

«Un tema fondamentale su cui lavorare prossimamente sarà la riforma nella chiesa, a partire da Evangelii gaudium. Altro fronte d’impegno (su cui ci stimola il saggio di Francois Jullien Risorse del cristianesimo: ma senza passare per la via della fede) è la presenza del cristianesimo nello spazio pubblico: il cristianesimo è una risorsa per il nostro tempo, ma di che cristianesimo si tratta? È pensabile un cristianesimo senza fede? I sociologi, infine, ci interrogano sulla fede possibile per il nostro tempo (si veda ad esempio il volume di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, La scommessa cattolica)».

Per vent’anni, dal 1969 al 1989, il teologo padovano Luigi Sartori ha guidato l’Ati su posizioni aperte al rinnovamento. Oggi la presidenza dell’Associazione ritorna a Padova. Quale testimone raccoglie?

«Essere padovano, essere stato alla scuola di Sartori, aver convissuto con lui nel Seminario e trovarmi ora a svolgere il servizio che lui ha svolto nell’Ati è per me motivo di qualche riflessione ed è cosa che risveglia alcuni sentimenti profondi. Credo che questa scelta sia una conferma che il lavoro fatto da Sartori continua a portare frutti, soprattutto nei temi a lui cari: il dialogo, il confronto con la cultura che ha come orizzonte e fondamento la carità, l’amore, che non è solo un atteggiamento o, tanto meno, un’emozione ma è la fonte di ogni autentico pensiero teologico».

 

Paola Zampieri

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