COMUNICATO STAMPA 43/2025
Padova, 19 novembre 2025
Zamagni: Pace, urge un Ministero
La pace è un progetto di democrazia che ha bisogno di un luogo istituzionale dedicato. L’economista Stefano Zamagni spiega perché è urgente dare vita al Ministero della Pace.
Attacchi militari, distruzione, morte di civili, perdite di soldati: si parla continuamente degli effetti delle guerre ma mai delle cause generatrici e di come disinnescarle. È un problema culturale. Oggi, per avere la pace, bisogna cambiare le regole del gioco.
È questo un punto centrale nell’analisi della situazione attuale fatta da Stefano Zamagni, economista, presidente emerito della Pontificia Accademia delle Scienze sociali e docente di Economia politica all’Università di Bologna, nei giorni scorsi a Padova per una lectio magistralis dal titolo La pace contesa, tenuta in apertura del corso di perfezionamento “Antropologia, Bibbia, Religioni: un approccio multidisciplinare (ABRAM)” frutto di una partnership fra l’Università di Padova e la Facoltà teologica del Triveneto.
In questa occasione ha rilasciato un’intervista, un dialogo che parte dal tema della pace per affrontare poi gli aspetti fondamentali dell’economia civile, di cui Zamagni è una delle voci più autorevoli, e infine sottolineare il contributo che la riflessione teologica può dare nel processo di “rifondazione” dell’economia.
L’intervista è pubblicata nel sito della Facoltà https://www.fttr.it/zamagni-pace-urge-un-ministero/ e può essere ripresa, citando la fonte.
Di seguito ne riportiamo la prima parte.
Oggi nel mondo sono in corso 56 conflitti armati e il Sipri-Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma informa che le spese militari a livello mondiale nel 2024 sono state di 2718 miliardi di dollari, a fronte dei 1290 miliardi del 2001. «È una situazione insostenibile» ha commentato Zamagni.
Professor Zamagni, come legge questa corsa al riarmo?
«La tesi della deterrenza (la logica del dissuadere mediante la minaccia) non funziona più. Essa è valida solo se il conflitto è fra due parti; oggi i contendenti sono almeno sei. Il riarmo di uno Stato per accrescere la sua sicurezza viene interpretato come una minaccia dagli Stati rivali, che saranno spinti a fare altrettanto, anzi di più. In questo contesto, inoltre, assistiamo al fenomeno della “privatizzazione della guerra”: per millenni la gestione dei conflitti armati è stata prerogativa dei re, degli imperatori, degli Stati; oggi invece la guerra è stimolata dal cosiddetto complesso militare-tecnologico, dalle imprese private che ottengono profitti dalla vendita delle armi. Se durante i conflitti gli indicatori di borsa aumentano il valore, è evidente che più armi vengono usate più il processo di generazione delle stesse è destinato a continuare».
Per tentare di uscire da questa situazione è necessario anche un passaggio culturale?
«Bisogna capire che il potere dissuasivo oggi sta nella capacità innanzitutto di comprendere e poi di intervenire sulle ragioni profonde che innescano il conflitto. C’è una pace negativa (assenza della violenza diretta, il cessate il fuoco) e una pace positiva (tesa a ridurre o eliminare le cause della guerra): si deve passare dal peace-making al peace-building, dal fare al costruire la pace. Papa Francesco ha avuto il coraggio di denunciare questa situazione e papa Leone XIV l’ha ripresa parlando nella sua prima apparizione pubblica di “pace disarmata e disarmante”».
Come si costruisce la pace?
«Occorre creare istituzioni di pace, politiche o economico-finanziarie. Paolo VI aveva individuato nello sviluppo “il nuovo nome della pace”. Attenzione che lo sviluppo non è la mera crescita, anche una pianta cresce, ma tiene in armonia anche la dimensione socio-relazionale e quella spirituale. Qui si differenziano i due paradigmi “si vis pacem para bellum” (la teoria della deterrenza, da Eraclito a Hobbes a Schmitt e von Clausewitz: la guerra è un dato di natura e l’uomo non può che contenerla) e “si vis pacem para civitatem” (il riconoscimento che all’inizio c’è il logos, da cui deriva il dia-logos, sulla linea di Aristotele, Agostino, Tommaso, Maritain: la capacità di eliminare le cause della guerra, preparando la civilizzazione, oggi diremmo le istituzioni di pace)».
Lei si è fatto sostenitore della creazione di un Ministero della Pace. Di che cosa si tratta?
«La pace è un progetto di democrazia e, in quanto tale, necessita di un luogo istituzionale a ciò dedicato. Già nel secondo dopoguerra Alcide De Gasperi sostenne l’idea di dare vita al Ministero della Pace, mentre il Ministero della Guerra veniva sostituito dai Ministeri della Difesa e degli Interni. Negli anni Ottanta don Oreste Benzi scrisse che “gli uomini hanno sempre organizzato la guerra; è ora di organizzare la pace” e l’associazione Papa Giovani XXIII da lui fondata con altri rappresentanti di associazioni cattoliche e laiche ne ha raccolto il testimone».
Quali funzioni avrebbe questa istituzione?
«Innanzitutto, dovrebbe riscrivere i libri di storia del liceo e dell’università, perché parlano solo delle guerre e mai della pace ed è lì che gli studenti, a partire dai 14 anni, formano le loro categorie di pensiero. Dovrebbe inoltre predisporre i corsi per la diplomazia – in Italia non abbiamo neanche una scuola superiore della diplomazia – perché qui si formerebbe la capacità di negoziare. Infine, potrebbe organizzare i corpi civili della pace come espressioni della società civile organizzata, cattolica e non. Fra le 73 università italiane una sola, Padova, ha un dottorato di ricerca in peace studies. Fra le 40300 scuole nel nostro paese solo 700 hanno programmi di educazione civica dedicati alla pace. Sono convinto che si possono realizzare istituzioni di pace ed è necessario farlo, perché, citando Wright, “due autentiche democrazie mai si faranno la guerra”: dove c’è vera democrazia non c’è guerra».
L’intervista integrale è pubblicata qui: https://www.fttr.it/zamagni-pace-urge-un-ministero/

