Magnifica humanitas. La sapienza del limite

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dalle potenzialità illimitate, ciò che custodisce l’umano è il suo stesso limite. Si potrebbe trovare in questo paradosso una possibile chiave di lettura della prima enciclica di papa Leone, a lungo annunciata e attesa. Il commento di Stefano Didonè, docente di Teologia fondamentale.

Nell’epoca dell’intelligenza artificiale, dalle potenzialità illimitate, ciò che custodisce l’umano è il suo stesso limite. Si potrebbe trovare in questo paradosso una possibile chiave di lettura della prima enciclica di papa Leone, a lungo annunciata e attesa. Si tratta di un testo che sorprende per il suo sapiente equilibrio. Non solo nell’architettura esteriore dei suoi cinque densi capitoli, ma soprattutto nel modo di affrontare il tema (il pensiero della Chiesa sull’intelligenza artificiale). Il modo di dare svolgimento alla questione delle “cose nuove” (le res novae) dell’IA (con esplicito riferimento alle Rerum novarum di Leone XIII), colpisce per la sua linearità e pulizia, con il chiaro intento di dare continuità al magistero sociale della Chiesa, oltre che tracciare alcune linee programmatiche per il futuro. La “magnifica humanitas” alla quale fa riferimento il documento è l’umanità voluta e creata da Dio, per cui il focus del testo non è la denuncia dei possibili rischi dell’intelligenza artificiale, ma l’individuazione di piste di lavoro concrete attraverso le quali tutelare la persona e le relazioni umane nel momento in cui questa nuova tecnologia fa il suo ingresso massiccio nella società, nel mondo del lavoro e della cultura. L’approccio, dunque, è insieme sapienziale e pragmatico, nell’intento di offrire “criteri di discernimento” ma anche “prassi” concrete (MH 14) per intervenire su tre snodi fondamentali: la verità (nel tempo delle post-verità e delle fake news), il lavoro (nel tempo della crescente automazione e robotizzazione del lavoro) e la libertà (nel tempo della società della sorveglianza e del controllo). L’invito ad affrontare con realismo le sfide di questo tempo non manca di afflato poetico, come suggerisce la citazione di Tolkien tratta dal Signore degli anelli posta in chiusura dell’enciclica: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare» (MH 213).

La torre e le mura

Il respiro ampio e il tono di fiducia nelle risorse dell’umano si esprime anzitutto nelle due icone bibliche scelte per accompagnare la riflessione. La prima è molto nota (il mito della torre di Babele), mentre la seconda è decisamente singolare in quanto riprende un significativo episodio storico dal libro di Neemia. Se la prima invita alla prudenza riguardo le promesse dell’IA, ripercorrendo il famoso mito, la seconda icona riprende un significativo quanto poco conosciuto momento nella grande storia di Israele, che riguarda la sorte delle mura di Gerusalemme e la decisione di Neemia di ricostruirle con la collaborazione di tutti. Nella figura di Neemia papa Leone intravvede un modo di procedere e di essere presenti nel mondo: «In lui riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto» (MH 241). In questo modo il testo esprime la necessità che la «una scelta decisiva» (MH 1) tra le promesse illusorie della tecnica e la custodia dell’umano ispirata dalle risorse di umanizzazione della tradizione cristiana sia un’opera corale.

Fiorire attraverso il limite

Un passaggio decisivo per delineare la distinzione tra uomo e macchine è quello sulla finitudine umana, elogiata come condizione privilegiata per custodire la sapienza del limite. Detto altrimenti, paradossalmente essere limitati rispetto alla potenziale illimitatezza delle macchine ci salverà: «dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite. Una visione della realtà alla luce della fede aiuta a riconoscere quella che chiamiamo la “contingenza” delle cose di questo mondo» (MH 118). Essere umani vuol dire riconciliarsi con la finitudine e la contingenza, facendone il grembo in cui può fiorire l’umanità. Da qui prendono le mosse i tre verbi proposti come piste di lavoro: disarmare, custodire, educare. Disarmare l’IA rispetto a tutte le sue possibili derive disumanizzanti, sia nel mondo del lavoro ed economico, sia nel campo militare. Custodire l’umano secondo la spiritualità del «saggio architetto» (MH 236), che richiama appunto Neemia, capace di costruire l’umano «pezzo per pezzo» (MH 184). Educare attraverso cinque piste di responsabilità quotidiana e pubblica: disarmare le parole; costruire la pace nella giustizia; assumere lo sguardo delle vittime; coltivare un sano realismo; rilanciare il dialogo e il multilateralismo (MH 213).

Una trama paziente

In conclusione, la prima enciclica di papa Leone ribadisce la profonda continuità della Dottrina Sociale della Chiesa, definita come una «trama paziente» (MH 45) dei passaggi cruciali della storia dello sviluppo umano, nei quali la Chiesa si pone a tutela dello sviluppo umano integrale. È chiaro l’intento di “ricucire” la storia degli interventi magisteriali offrendo una visione di comunione e di unità, “storicizzando” anche il magistero recente di papa Francesco. Rimanendo nella metafora tessile, si tratta di un’enciclica di ricucitura, più che di rottura, attingendo al tesoro di sapienza della tradizione magisteriale. Infine, un dettaglio interessante, come sempre, è la galleria delle citazioni. Se era facilmente prevedibile trovare nell’enciclica testi di Agostino, meno scontate appaiono le altre voci, passando da Platone a Hannah Arendt, a Giorgio La Pira, a p. De Berulle a Victor Frankl fino a John Ronald Reuel Tolkien. Questo “pantheon”, oltre ad esprimere la personale sensibilità culturale e spirituale dell’attuale pontefice, allarga ulteriore la piattaforma di riferimenti culturali del magistero, a conferma che la Chiesa riconosce i «numerosi elementi di santificazione e di verità» (Lumen gentium 8) presenti nella storia e nelle culture a custodia e beneficio di tutta l’umanità.

Stefano Didonè
docente di Teologia fondamentale
Facoltà Teologica del Triveneto

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