Beni della chiesa e futuro delle comunità: analisi e metodo

Credibilità, comunione ecclesiale, condivisione dei beni, apertura al riuso, ascolto di competenze esterne sono i punti chiave individuati nel seminario promosso da Facoltà, Issr e Diocesi di Vicenza, per far rivivere beni che non sono fine a se stessi, ma strumenti della missione evangelizzatrice della chiesa.

Innovazione sociale e crescita delle comunità cristiane: è stato questo l’approccio con cui Facoltà teologica del Triveneto, con Istituto superiore di Scienze religiose “Mons. A. Onisto” e Diocesi di Vicenza, hanno affrontato il tema dei beni della chiesa. Un progetto che ha guardato a patronati, cinema parrocchiali, scuole materne, canoniche non utilizzati per scoprire che credibilità, comunione ecclesiale, condivisione dei beni, apertura al riuso, ascolto di competenze esterne sono alcuni criteri guida per far rivivere beni che non sono fine a se stessi, ma sono strumenti della missione evangelizzatrice della chiesa. La comunità cristiana è chiamata a farsi prossima ai più vulnerabili e a trasmettere la dimensione trascendente nei territori che abita.
Un primo – concreto – risultato raggiunto è stata la messa a punto di uno specifico metodo di discernimento comunitario, capace di aiutare gli organismi di partecipazione a districarsi tra i molti problemi che i beni delle comunità portano con sé.

Il progetto

Il seminario Beni della chiesa e futuro delle comunità si è svolto tra febbraio e maggio 2026, articolandosi in otto incontri in presenza e online. Docenti responsabili del percorso sono stati Assunta Steccanella e Davide Lago. Il progetto ha preso avvio dalla consapevolezza dei profondi mutamenti in atto nelle comunità parrocchiali, interrogandosi sulle ricadute pratiche nella gestione dei beni immobili “minori” – patronati, cinema parrocchiali, scuole materne, canoniche – costruiti dalle comunità cristiane nell’ultimo secolo. L’approccio scelto non è stato nostalgico né meramente storico, ma orientato all’innovazione sociale e alla crescita delle comunità cristiane: quali pratiche innovative vengono attivate? Quali modelli di gestione comunitaria? Quali partenariati ecclesiali e laici? L’impostazione ha intrecciato lezioni frontali, lettura guidata di testi, analisi di casi di studio e lavori di gruppo, alternando momenti più teorici ad altri di carattere esperienziale.

Dopo l’avvio del percorso seminariale con la presentazione dei concetti-chiave e la definizione del patto formativo, sono stati introdotti due casi concreti: don Andrea Tieto ha presentato la gestione dei beni delle parrocchie di Tribano, San Luca e Olmo (Padova), mentre Piergiorgio Pigatto ha illustrato l’esperienza dell’unità pastorale di Caldogno-Villaverla (Vicenza), seguiti da un approfondimento teorico su quanto emerso attraverso la lettura guidata di alcuni testi proposti come bibliografia di riferimento. Sono stati portati due casi di innovazione sociale in parrocchie padovane: Patrizia Tolot con la Casa vacanze Dadi Home (parrocchia di Santa Sofia) e don Diego Cattelan con il patronato e le aule studio all’Arcella (parrocchia di San Carlo), cui è seguita la testimonianza di Donato Zanotto, che con la moglie Elisa e le figlie vive nella canonica della parrocchia di Torreselle (Vicenza). È stato presentato anche un caso strutturato e articolato di progettazione partecipata nelle collaborazioni pastorali di Vedelago, Mogliano Veneto e Susegana, con gli interventi di don Antonio Martignago, degli architetti Michele Sbrissa (Studio 593) e Anna Manea (Iuav Venezia). Non è mancato un approfondimento su casi internazionali, con attenzione alle esperienze di Germania e Québec. Il percorso si è concluso con la presentazione di due casi di studio, da parte di studentesse dell’Issr di Vicenza, davanti a una commissione presieduta dal vescovo mons. Giuliano Brugnotto.

Sul piano teorico il seminario ha attinto a contributi scientifici di rilievo. Tra gli altri, alcuni hanno inquadrato teologicamente e pastoralmente la questione: i beni della chiesa non sono fine a se stessi, ma strumenti della missione evangelizzatrice. La comunità cristiana non è un’agenzia di promozione sociale (per quanto sia stata anche questo nel recente passato), ma è chiamata a farsi prossima ai più vulnerabili e a trasmettere nei territori che abita la dimensione trascendente. I criteri guida individuati sono stati: credibilità, comunione ecclesiale, condivisione dei beni, apertura al riuso, ascolto di competenze esterne.

Un primo risultato raggiunto: l’elaborazione di un metodo

La ricchezza dei contributi condivisi, sia di carattere concreto (casi di studio) che concettuale (approfondimenti teorici di stampo pedagogico e sociologico, urbanistico, teologico, scritturistico, canonistico, magisteriale) avrebbe potuto tradursi in una dispersione di energie. In realtà, anche grazie ai laboratori, si è potuto mettere a punto uno specifico metodo di discernimento comunitario, capace di aiutare gli organismi di partecipazione a districarsi tra i molti problemi che i beni delle comunità portano con sé.
Il metodo si caratterizza: per la sua postura di base, specificamente ecclesiale: si cerca e si coltiva un pensiero orante, in ascolto di Dio e dell’umano; per la ricerca della praticabilità: i diversi passaggi sono stati semplificati e resi percorribili anche per operatori pastorali non specializzati; un breve percorso formativo può abilitare qualunque comunità ad appropriarsene; per la scansione dei tempi, che prende avvio sempre da uno sguardo sulla realtà comunitaria; per la dimensione partecipativa dell’intero processo, che si sviluppa in un tempo disteso, in modo condiviso e nell’impegno ad accogliere e superare gli inevitabili conflitti.
Concretamente, nella prima fase si considera la realtà locale non solo a livello di strutture immobiliari ma anche di intrecci relazionali, ponendo attenzione ai bisogni interni ed esterni, in dialogo con le istituzioni civili.
In una seconda fase, con questo sguardo ampio e avvalendosi anche dell’aiuto di esperti, vengono analizzati i diversi criteri di valutazione: ecclesiali (nella loro ampiezza), culturali e di tutela dei beni, edilizi e tecnico-funzionali, economici.
Nella terza fase, che tende all’operatività, possono emergere possibilità diverse: spesso prendere le decisioni richiede un congruo tempo di riflessione. È importante che il processo si svolga sinodalmente, con il coinvolgimento ampio della comunità cristiana, offrendo formazione e occasioni di incontro e di ri-scoperta non solo territoriale ma anche comunitaria e valoriale.

Davide Lago
Assunta Steccanella
Facoltà teologica del Triveneto

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