AA 26/27 Secondo ciclo – La via pulchritudinis dell’esperienza cristiana. La bellezza come via spirituale

Offerta formativa aa 2026/2027 Percorso di teologia – specializzazione in Teologia spirituale. Fede e bellezza è un binomio che attraversa l’intera tradizione cristiana: la bellezza nella cultura occidentale e nelle altre culture è difficilmente separabile dalla pietà e dalle sue immagini, nonché da altri linguaggi, come quello architettonico, letterario e musicale. Un seminario-laboratorio entra in questo affascinante mondo.

Esplorare tematiche relative all’esperienza spirituale cristiana è l’obiettivo del seminario-laboratorio di Teologia spirituale proposto annualmente dal ciclo di specializzazione della Facoltà teologica del Triveneto. Preghiera, devozione popolare, ritualità, dinamiche umane, interiorità, nuove spiritualità… sono molti i temi finora affrontati, che hanno permesso di addentrarsi nella ricchezza della tradizione spirituale della chiesa, osservandola e studiandola nella varietà delle sue sfaccettature.
Nell’anno accademico 2026/2027 si metterà a fuoco La via pulchritudinis dell’esperienza cristiana. La bellezza come via spirituale, con la guida dei proff. Antonio Bertazzo e Marzia Ceschia, che abbiamo intervistato.

Esperienza spirituale e bellezza: un rapporto da sempre affascinante. In quale chiave sarà letto?
«”Bellezza” potrebbe apparire un termine generico se lo consideriamo soltanto come un evento estetico individuale. Ma l’esperienza stessa ci suggerisce come la bellezza sia porta d’accesso privilegiata al mistero, al senso dell’oltre, allo stupore del trascendente. Qual è la bellezza della Croce? Quale la bellezza del volto di Cristo? Come la sensibilità entra in gioco nella percezione del sacro? Sono alcune tra le domande a cui vorremmo dare attenzione. Ci sembra inoltre che questo tema possa coinvolgere gli studenti che provengono da culture diverse da quella europea, che saranno provocati ad aiutarci a scoprire altri codici e altre prospettive. Al di là dei canoni estetici differenti, il vissuto della bellezza orienta alla crescita del rapporto con il divino e quindi diventa via dell’esperienza spirituale».

In che modo la bellezza è un luogo di esperienza spirituale?
«Il rapporto tra bellezza ed esperienza spirituale è un legame profondo e inseparabile. La dimensione estetica non è una formalità e non offre un elemento superficiale o esterno, ma diventa la via privilegiata al mistero e al divino. Per descrivere questo rapporto possiamo far riferimento alla percezione della natura, vista nella sua perfezione, nella sua articolata varietà che sa incantare, far sospendere ogni considerazione di tipo utilitaristico, “orizzontale”, per favorire un Itinerarium, secondo la visione di san Bonaventura, orientato alla sapienza del Creatore. Interessante è la visione di questo maestro, nel cui pensiero sembra apparire l’eco di Francesco, il santo di Assisi: le creature per la loro bellezza sono vestigia, orme che guidano l’intelletto verso una Verità, ossia l’ordine sapiente di chi le ha pensate e create».

Quali altri pensatori fanno da guida in questo itinerario?
«Le vie per parlare o descrivere questo rapporto tra esperienza spirituale e bellezza passano attraverso pensatori diversi. Fedor Dostoevskij, ad esempio, nel suo romanzo L’idiota, afferma che la bellezza riflette la realtà morale e spirituale, in quanto essa si unisce a verità e bontà. La famosa frase “la bellezza salverà il mondo” esprime il trinomio di bellezza, verità e bontà, antidoto al cinismo, all’apatia, al materialismo. Interessante è anche la rielaborazione di Hans Urs von Balthasar per cui la bellezza è la parola iniziale della rivelazione dell’amore di Dio. Solo l’amore suscitato dalla bellezza, per il suo volto attraente, ha la forza di convincere l’uomo ad aderire alla Verità. Anche Simone Weil esprime un concetto che ci aiuta a unire l’esperienza spirituale alla bellezza. La bellezza è l’unica cosa buona in sé: non serve altro e non ha secondi fini. Desiderare il bello significa, allora, anelare alla Verità, affinché essa esista com’è, in un amore puro e gratuito».

Quali sono i principali ambiti che definiscono il rapporto tra fede e bellezza?
«L’arte, la natura, la liturgia e la musica sacra sono visti come canali privilegiati per veicolare questa verità, rendendo visibile e tangibile l’invisibile mistero di Dio. Il visibile è ponte all’invisibile. Può essere stimolante esplorare i documenti della chiesa riguardo questa via, senza dimenticare i numerosi discorsi tenuti dai papi agli artisti. Il documento del Pontificio Consiglio della cultura del 2006, La Via pulchritudinis, cammino privilegiato di evangelizzazione e di dialogo, costituisce un riferimento prezioso per la questione che anche noi ci poniamo: che cos’è la via pulchritudinis e in quale modo diventa la via grazie alla quale la chiesa esprime il suo annuncio? La via pulchritudinis, evidenzia il documento, si presenta come un itinerario privilegiato per raggiungere molti di coloro che hanno grandi difficoltà a ricevere l’insegnamento, soprattutto morale, della chiesa».

Quali strade si possono aprire?
«Troppo spesso, in questi ultimi decenni, la verità ha risentito del fatto di essere strumentalizzata dall’ideologia e la bontà di essere “orizzontalizzata”, ridotta a essere unicamente un atto sociale, come se la carità verso il prossimo potesse fare a meno di attingere la propria forza all’amore di Dio. Il relativismo, che trova nel pensiero debole una delle sue espressioni più forti, contribuisce, peraltro, a rendere difficile un confronto vero, serio e ragionevole. La via della bellezza, a partire dall’esperienza semplicissima dell’incontro con la bellezza che suscita stupore, può aprire la strada della ricerca di Dio e disporre il cuore e la mente all’incontro col Cristo, bellezza della santità incarnata offerta da Dio agli uomini per la loro salvezza».

Come si esprime oggi il programma della via pulchritudinis?
«Oggi rimangono senz’altro i canoni della liturgia, con i suoi riti, le forme, i movimenti, l’arte sacra. Non è venuto meno l’impegno di questo contesto del sacro e della sua rappresentazione. Dell’arte contemporanea si rischia di pensare pregiudizialmente che siano venuti meno quei canoni estetici rappresentativi delle raffigurazioni che ancora oggi contempliamo nelle chiese antiche: la forma, la pittura, le statue, i simboli… Essa invece utilizza il trascendente per esplorare le grandi questioni esistenziali e metafisiche: l’indagine sul vuoto o sul desiderio, la riflessione sullo scorrere del tempo, la presenza del male e della morte, il senso dell’assoluto».

Le opere degli artisti attuali possono essere talvolta comprese come decorazioni o ricerca di effetti speciali.
«È possibile. Tuttavia rinviano a un vissuto antropologico che si esprime in elementi simbolici che richiedono una personale interpretazione e una ricerca di conoscenza sensibile: tutto questo diventa un’esperienza autentica del sacro, mediata dalla materia e dal genio creativo. Un esempio sono i quadri di Lucio Fontana. Attraverso i suoi celebri tagli della tela che definisce attesa, l’artista invita a esplorare oltre la materia per orientarsi a uno spazio infinito e ignoto».

Paola Zampieri

 

• Il seminario-laboratorio si terrà il martedì pomeriggio (ore 14.15-16.40 nel I semestre – 14.15-15.45 nel II semestre), a partire dal 29 settembre 2026.

Informazioni e iscrizioni: email segreteria.secondociclo@fttr.it – tel. 049 664116

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