Cristianesimo e democrazia, analisi e prospettive

Potere e pensiero, autorità e partecipazione, laicità e diritti, libertà e verità, politica ed etica, giustizia e dignità, persona e servizio, solidarietà e sussidiarietà: sono alcune delle sfaccettature del binomio che lega l’esperienza cristiana e la cultura democratica, emerse nel convegno proposto dalla Facoltà.

Potere e pensiero, autorità e partecipazione, laicità e diritti, libertà e verità, politica ed etica, giustizia e dignità, persona e servizio, solidarietà e sussidiarietà: sono alcune delle sfaccettature del binomio che lega l’esperienza cristiana e la cultura democratica, emerse nel convegno “Cristianesimo e democrazia” proposto dalla Facoltà teologica del Triveneto a Padova il 29 aprile 2026.
Un rapporto complesso, che è stato indagato con il contributo del giornalista Giampiero Gramaglia, del sociologo Roberto Francesco Scalon, del filosofo Rocco D’Ambrosio, dello storico Stefano Dal Santo, del giurista Gianfranco Maglio e del teologo morale Bruno Bignami, che all’analisi della situazione hanno unito aperture su possibili percorsi di riconciliazione tra fede autentica e partecipazione democratica.

Girolami: Per ripensare la presenza cristiana nella società odierna

Dare “a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, come disse Gesù, fu il primo passo per l’affermazione della laicità dello stato e di una mentalità nuova con la quale bisogna vedere il potere umano, che non trova la sua sorgente nella divinità. A dirlo è stato il preside della Facoltà teologica del Triveneto, Maurizio Girolami. «In America del Nord palesemente, ma anche in altri luoghi del globo – ha affermato Girolami – i capi delle nazioni non raramente si ammantano di elementi religiosi per confermare le proprie posizioni di potere. Non di rado, purtroppo, anche gli stessi capi religiosi, pure nel cristianesimo come accade in Russia, hanno favorito la percezione sociale di un’influenza divina su chi esercita un potere politico in una nazione».
Circa la democrazia, Girolami ha citato la frase dell’apostolo Paolo: “né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo e donna”. «Di fronte a Cristo e al dono della sua salvezza – ha chiosato – le distinzioni di carattere etnico, sociale e sessuale non possono diventare motivi di esclusione e di marginalizzazione di alcuno. Il che vuol dire che non possono essere criteri o elementi caratterizzanti la vita cristiana i nazionalismi etnici, i tribalismi familiari e le affermazioni di superiorità di genere. Oggi si parla molto di patriarcato, ma non meno intollerabile è la volontà di eliminare la distinzione sessuale biologica».
La partecipazione giovanile inaspettata all’ultimo referendum in Italia – ma anche alle elezioni in Ungheria – ha fatto toccare con mano la passione per la vita della nazione. «C’è voglia di partecipare alla vita pubblica, a partire dalla Costituzione – ha sottolineato Girolami – che da 80 anni è la bussola e la guida delle istituzioni della Repubblica». «È inaccettabile – ha proseguito – che rappresentanti di istituzioni democratiche accolgano nel loro linguaggio volgarità, disprezzo, delegittimazione, insulti, espressioni assolutiste, tiranniche, con un linguaggio fatto di minacce di distruzione ed eliminazione, facendo perdere credibilità e nobiltà al ruolo di chi deve rappresentare una istituzione. Qualcosa nella vita democratica di un paese, evidentemente, è da rivedere». «Compito della teologia – ha concluso – è ascoltare la vita, ma anche dare gli strumenti perché la realtà sia compresa nella sua complessità, amata nella sua bontà e servita per essere feconda».

Gramaglia: Applausi e consensi al papa e voti a chi ne ignora le parole

«Dobbiamo purtroppo osservare che il mondo cristiano, il quale, specie dopo la seconda guerra mondiale, è stato all’avanguardia – in quello che, fino a poco tempo fa, era l’Occidente – nell’affermare i valori della democrazia, del rispetto dei diritti umani e sociali, della cooperazione internazionale, tende, oggi, in alcune sue componenti, evangeliche, ortodosse e pure cattoliche, a limitare o negare quei valori e a praticare il primato della forza sul diritto». Il giornalista Giampiero Gramaglia ha posto in evidenza che «sono – è vero – scelte di singoli leader, ma di leader che godono di sostegno popolare – e in Russia anche ecclesiale – in Paesi culturalmente e religiosamente cristiani, nel mondo dagli Stati Uniti alla Russia, in Europa dalla Germania all’Italia passando per l’Ungheria». Viene da pensare che il cristianesimo, «valido corroborante della democrazia e del rispetto dei diritti umani e sociali, sia ora divenuto un viatico al tramonto della democrazia, contro le parole e l’operato degli ultimi pontefici, papa Francesco e papa Leone XIV, che, anche per la loro provenienza, rappresentano istanze ben diverse del collegio cardinalizio».
Abbiamo vissuto buona parte del XXI secolo in un contesto in cui «applausi e consensi andavano al Papa di turno e i voti invece a chi ne ignora le parole. Nelle ultime settimane, – ha proseguito Gramaglia – anche il freno del rispetto per il papa è venuto meno nelle parole del presidente Usa Donald Trump e del suo vice, il convertito cattolico JD Vance, uno che ti fa pensare che le pecorelle smarrite talora è meglio se lo restano».
Il giornalista ha ricordato che nella prima metà del XX secolo i ‘grandi Satana’, da Hitler a Stalin, senza dimenticare Mussolini, erano leader che non ammantavano di sacralità le loro scelte. «I ‘grandi Satana’ di questo scorcio di XXI secolo, quelli già ricercati per crimini di guerra e contro l’umanità dalla Corte penale internazionale, come Putin e Netanyahu, e quelli che dovrebbero esserlo, come Trump e la leadership iraniana che massacra il proprio popolo, sono invece leader che si presentano come gli ‘unti del Signore’, quando non si identificano loro stessi con il Messia, e che poggiano il loro potere, anche quando democraticamente conferito, sul fondamentalismo religioso delle loro basi – è vero negli Usa come in Israele».
In Europa, in Italia e in Germania, nel dopoguerra, leader cristiani come Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer hanno saldamente ancorato i loro Paesi ai valori della democrazia e i loro successori hanno mostrato adesione ai diritti dell’uomo e alla cooperazione e al diritto internazionale. «Ma non altrettanto si può dire dei loro ultimi epigoni: in Germania, la Cdu rincorre la risorta estrema-destra neo-nazista sul terreno del populismo: in Italia, la destra che si presenta con il rosario in mano predica sicurezza come alternativa alla solidarietà».

Scalon: La religione come prima istituzione democratica

Con un contributo sul terreno sociologico Roberto Scalon (sociologo, Università di Torino) ha proposto la tesi generale secondo cui «esiste una proporzionalità diretta tra le possibilità che una democrazia liberale si costituisca e persista stabilmente e la presenza, nella sua società civile, di una quota relativamente significativa di cristiani, e in particolare di cattolici; cioè di individui (ovvero di una comunità di individui) effettivamente animati da una semplice e profonda fede e identità cattolica e capaci, di conseguenza, di agire nella società civile e politica in modo tendenzialmente coerente rispetto a tale appartenenza».
Con un costante riferimento alla prospettiva di Alexis de Toqueville (1805-1859) nel suo studio sulla democrazia in America, Scalon ha spiegato perché la religione facilita l’uso della libertà: «La religione sottrae l’esercizio della libertà ai registri dell’arbitrio e della forza e lo inscrive nel registro veritativo e morale, orientandolo e attivandolo secondo un criterio oggettivo: usare la libertà per agire nella società promuovendo il vero, il bene e il giusto declinati in senso evangelico. Che poi è l’essenza di quella che – idealmente da papa Leone XIII (1878-1903) in poi, con riferimento alla fattispecie della società moderna – si chiama dottrina sociale della chiesa o dottrina sociale cattolica». Il cristianesimo, e soprattutto il cattolicesimo, «non solo ha una particolare affinità con la democrazia, ma costituisce anche la premessa più favorevole affinché la democrazia si affermi in una configurazione liberale. La democrazia liberale, infatti, per Tocqueville è l’unica democrazia autentica». Nel cristianesimo, e in particolare nel cattolicesimo, la massima idealità collettiva, l’uguaglianza, e la massima idealità individuale, la libertà, vanno a sintesi in modo insuperabile. Ciò fa del cristianesimo, cioè del cattolicesimo, la prima istituzione politica in America, secondo Toqueville. «Dalla matrice teologica cattolica scaturisce una società democratica di tipo comunitario che possiamo anche, e molto più efficacemente, definire relazionale, solidale e sussidiaria (tutte parole chiave della pensiero/dottrina sociale cattolico/a)».
Considerando che la Rivoluzione francese, nelle sue intenzioni più pure e autentiche, non fa che scommettere sull’individuo che pensa la politica e lo stato come strumenti primari della responsabilità individuale ordinata al bene comune, Scalon conclude che «la vera democrazia liberale costituisca la realtà emergente che scaturisce dal superamento, ovvero dal risolversi, dell’opposizione dinamica tra Cristianesimo e Illuminismo, in forza della quale il cattolicesimo si configura come prima istituzione politica, cioè democratica. Ma attenzione: questa opposizione dinamica si risolve in tal senso se – e solo se, cioè a condizione che – gli elementi che la compongono siano il vero Cristianesimo e il vero Illuminismo».

D’Ambrosio: Abituare i cattolici a pensare politicamente

«L’Italia oggi ha una delle pratiche democratiche più critiche al mondo» ha affermato Rocco D’Ambrosio (filosofo, Pontificia Università Gregoriana), presentando un quadro della salute del sistema democratico, a livello internazionale e internazionale. «Secondo il Democracy Index 2025 stilato dall’Economist Intelligence Unit sullo stato della democrazia nel mondo, ci classifichiamo al 37° posto su 167 Paesi, con un punteggio di 7,6 su 10, collocandoci nella categoria delle “democrazie imperfette” (flawed democracies). Si tratta del gradino precedente i regimi ibridi e i regimi autoritari – ha specificato –. L’Italia ha registrato un trend negativo, perdendo posizioni rispetto all’anno precedente, con cali specifici nella cultura politica e nelle libertà civili, a fronte di un miglioramento nella funzionalità di governo. La libertà di stampa, negli ultimi quattro anni, è peggiorata sensibilmente e questo è un problema gravissimo».
Ragionando su come i cattolici italiani possano pensare nuove strategie di testimonianza e di intervento politico, D’Ambrosio ha affermato che «occorre innanzitutto sconfiggere il pregiudizio verso la politica, il “problema” del partito, per così dire. L’etica dei cattolici in politica è al di là degli schieramenti: non esiste un partito che incarni tutto ciò in cui crediamo, ma la medesima fede cristiana può condurre a impegni in ambiti differenti». I cattolici sono chiamati a lavorare per ridare un’etica, sia costituzionale che di ispirazione cristiana, al nostro paese. «Bisogna pensare alla coerenza dei politici e non all’appartenenza» ha ribadito.
Sulla base di una nota della Congregazione per la Dottrina della fede circa l’impegno e il comportamento dei cattolici in politica, sono state richiamate alcune esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili: no all’aborto e all’eutanasia; tutela dei diritti dell’embrione umano; tutela e promozione della famiglia; libertà di educazione; tutela sociale dei minori; liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù; diritto alla libertà religiosa; sviluppo per una economia al servizio delle persone e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà; promozione della pace; cui si aggiunge la tutela dell’ambiente promossa da papa Francesco con l’enciclica Laudato si’.
Allargando lo sguardo al mondo e considerando l’utilizzo dei media e dei social, D’Ambrosio ha infine evidenziato il pericolo della privatizzazione del pubblico nei campi dell’IA, dei big data, l’accesso a informazioni che vengono utilizzate per il controllo e la previsione dei comportamenti, declassando le persone a dati di consumo. A conclusione, ha ripreso il pensiero di Giuseppe Lazzati: «I valori della libertà, della giustizia, della pace, cercano delle guide. Purtroppo ne troviamo poche, ma questo dipende dal fatto che non abbiamo abituato i cattolici a pensare politicamente».

Dal Santo: Lo scontro-incontro tra chiesa e democrazia

Un excursus nella storia della chiesa e dei suoi rapporti con la realtà della democrazia in Europa, dalla Rivoluzione francese alle soglie del Concilio vaticano II, è quanto ha offerto Stefano Dal Santo (storico, Facoltà teologica del Triveneto). «Lo scontro-incontro avviene su due aspetti principali: l’origine dell’autorità in democrazia (da Dio o dal popolo) e, di gran lunga più importante, la questione delle libertà democratiche e del loro fondamento» ha spiegato. La vicenda si sviluppa in quattro atti.
Il primo è lo scontro e la condanna (dal 1789 per quasi tutto il XIX secolo) per l’irruzione nella storia dei principi democratici contenuti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Le libertà moderne – liberté, égalité, fraternité – per papa Pio VI sono contro la verità, sono senza Dio. «Finiva in Francia, il più antico stato cristiano in Europa, la Christianitas, la società cristiana; i principi rivoluzionari scalzavano le fondamenta sulle quali la società cristiana aveva poggiato fino a quel momento». Il secondo atto si consuma sotto il pontificato di Leone XIII, a cavallo tra Otto e Novecento: la condanna resta, ma cambia l’approccio: si cerca di approfondire, distinguere, argomentare. «Nell’ambito politico e culturale prevale la linea della distensione e del rilancio: si cerca una strada per porsi in relazione con diversi sistemi politici».
Nel terzo snodo, dopo la Prima guerra mondiale, la condanna persiste, però si tenta di costruire un progetto alternativo di società cristiana, sulle ceneri della guerra e della società liberale. «Pio XI, fino al 1931, incoraggiato dalla firma dei Patti lateranensi, coltivò pure l’illusione di servirsi del fascismo per la costituzione di uno stato cattolico, salvo staccarsene una volta rivelatosi il volto totalitario del regime». Di qui l’ultimo atto, dagli anni Trenta al Secondo dopoguerra, che vide lo scontro con i totalitarismi (tutti), nazista, fascista e comunista e portò all’incontro (parziale) con i diritti umani, le libertà moderne, la democrazia. «Rispetto alle istanze e ai problemi insiti nella democrazia entrata nel mondo occidentale con la Rivoluzione francese, la chiesa ha attraversato molti passaggi. E altra strada ancora – ha concluso Dal Santo – avrebbe velocemente percorso da lì in poi, con il pontificato giovanneo, il Concilio Vaticano II e il magistero dei papi successivi rispetto ai problemi che su questo fronte rimanevano ancora aperti, in particolare riguardo alla libertà religiosa, snodo centrale dei diritti dell’uomo, che la dichiarazione Dignitatis humanae avrebbe fondato non sull’indifferentismo religioso, in opposizione alla verità, ma sulla dignità della persona umana».

Maglio: Il contributo cristiano all’idea democratica

Di una democrazia connaturata alla visione cristiana ha parlato Gianfranco Maglio (giurista, Facoltà teologica del Triveneto), spiegando che «democrazia laica e fattore religioso possono certamente convivere con reciproco vantaggio e in questo ambito l’etica sociale cristiana, nonostante la forte crisi della pratica religiosa, conserva un peso importante nella coscienza civile, come riferimento valoriale e culturale. E in questo senso si può parlare di una laicità positiva o collaborativa». All’interno dello stato democratico, che si ispira ai valori del dialogo e della partecipazione, si pone il cosiddetto “principio di laicità”, indubbiamente di derivazione cristiana a partire dal celebre discorso di Gesù di dare a Cesare e Dio ciò che ad entrambi spetta. «Il principio di laicità distingue spazi di competenza fra la società civile e quelle religiose (tenendo conto che l’interconfessionalità è oggi, nel nostro occidente, una realtà) ma, lungi dal contrapporle radicalmente, ne auspica la collaborazione e, a riguardo, la nostra tradizione cristiana è portatrice di contenuti etici che aiutano lo stato a muoversi coerentemente con quei valori di libertà e giustizia che risultano ineludibili. Certi diritti inalienabili dell’uomo sarebbero difficilmente difendibili al di fuori di una consolidata tradizione cristiana che ha contribuito ad affermarne il carattere sacro».
Laicità e sentimento religioso, lungi dal contrapporsi, sono in realtà in un rapporto di proficua correlazione e collaborazione. «È opportuno evitare l’errore, che sovente si è fatto, di interpretare in senso ideologico il principio di laicità, ponendo in secondo piano il suo significato metodologico che consente di attuarlo all’interno di una dialettica aperta e tollerante, nel dialogo fra società civile e società religiosa, fra cittadini credenti e non credenti e fra ragione e fedi. Se è vero che lo stato, quale superiore punto di convergenza della socialità, non può arrogarsi il possesso di alcuna verità assoluta, esso ha tuttavia il compito di realizzare storicamente le condizioni per il bene comune e per far questo ha bisogno di un orizzonte di valori che sono poi, in ultima analisi, quelli propri delle persone umane».
Quanto al rapporto d’implicazione, molto spesso evocato, fra laicità e processo di secolarizzazione, «occorre fare molta attenzione alle facili semplificazioni che portano ad accentuare la separazione fra ordinamento civile e società religiosa: la realtà contemporanea sembra ormai collocarsi in un’ottica che va decisamente oltre la secolarizzazione e, in tal senso, è diffuso il riferimento a una società propriamente definita post-secolare, all’interno della quale diventa fisiologico il dialogo aperto fra tutti i saperi, compresi quelli religiosi».

Bignami: Coltivare il pensiero per una politica generativa

«Spesso la politica preferisce i fans ai pensatori». Ha esordito con queste parole Bruno Bignami (teologo morale, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza episcopale italiana). «Un pensiero puramente gestionale e amministrativo senza un pensiero di cultura politica è destinato a fallire – ha affermato –. I problemi nascono quando le persone smettono di pensare. Ciò brucia alla radice ogni possibilità di speranza. L’assenza di pensiero ha come esito frasi di dura contrapposizione, slogan, atteggiamenti standard. Il nazismo si è nutrito di un pensiero infarcito di slogan semplificatori. Così è successo in molte autocrazie o regimi dittatoriali. L’antidoto è coltivare il pensiero». Il pensiero è generativo, la politica è generativa, quando fa sì che la società si rinnovi e lo faccia grazie alla partecipazione attiva delle persone, a partire degli ultimi. «Non servono leadership di persone sole al comando, perché replicano yes man e generano sudditi. In prima battuta sembra guadagnarne un decisionismo che supera la prova della velocità, ma non si attivano processi relazionali in grado di far crescere e sviluppare le comunità».
Il cristianesimo deve poter chiedere alla politica di esplicitare i modelli relazionali sottostanti, di mostrare come questi impattano sugli ultimi, sulle famiglie, sulla città, sui quartieri e sui territori.
Dietro la celebre affermazione di Gesù circa ciò che va dato a Cesare o a Dio, ha sottolineato Bignami, ci sta il riconoscimento dell’autorità politica e la sua contemporanea desacralizzazione. «C’è una politica che addomestica la vita ecclesiale con i beni, i privilegi e la ricchezza in cambio di una rivisitazione dell’universalismo della salvezza cristiana. Tre passaggi presenti nel magistero sociale a partire dagli anni Sessanta sono cruciali: Pacem in terris di Giovanni XXIII ha proposto una universalizzazione dei diritti; Populorum progressio di Paolo VI ha rilanciato il principio della destinazione universale dei beni come criterio di fraternità universale; Laudato si’ di papa Francesco ha esteso la responsabilità alla cura del creato includendo un legame inclusivo con tutte le creature opera di Dio. Proprio intorno a questi temi il potere oggi ammalia e addomestica. Offre privilegi in cambio di silenzio sui diritti, sulla fraternità e sull’ecologia integrale». La chiesa non è un agente politico, ma invita i credenti alla realizzazione di una società animata dal Vangelo, segnata dalla centralità della persona, dalla valorizzazione dei suoi diritti e dal rispetto della giustizia sociale. «La chiesa non rinuncia alla collaborazione ma la consegna ai laici e la credibilità della fede cristiana si misura nello stile attraverso il quale ci si prende cura del mondo».

Paola Zampieri

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