Si è svolto, lo scorso 15 maggio 2026, l’ultimo appuntamento della lunga ricerca seminariale dedicata a Ripensare la penitenza, promossa dalla Facoltà teologica del Triveneto in collaborazione con la Facoltà di Diritto canonico San Pio X di Venezia e l’Istituto di Liturgia pastorale Santa Giustina di Padova.
Il percorso era iniziato il 22 febbraio 2021 con una riflessione su La terza forma della penitenza. Dibattito a partire dalla prassi introdotta durante il Covid-19. L’esperienza della celebrazione nella terza forma, vissuta da molte comunità del Triveneto nel periodo della pandemia aveva suscitato nei pastori una domanda forte di approfondimento: la partecipazione dei fedeli era stata notevole, così come i riscontri positivi e grati per la possibilità di accedere a un momento di riconciliazione che era stato percepito come forte e significativo.
In un contesto ecclesiale nel quale, da tempo, si lamentava la crisi del sacramento e lo smarrimento del senso del peccato, un tale riscontro aveva suscitato una certa sorpresa e alcune domande. Era stata la diffusa esperienza di vulnerabilità a risvegliare il bisogno di perdono? O era l’assoluzione generale ad aver sollevato le persone dalla ritrosia a riconoscere il loro male di fronte a un confessore? O entrambe le cose? Si percepiva comunque che c’era molto altro su cui interrogarsi.
Anche su invito di alcuni vescovi, le tre istituzioni teologiche hanno quindi intrapreso un articolato cammino per «riprendere la riflessione su una serie di tematiche inerenti al sacramento della riconciliazione che, nonostante gli sforzi dei decenni della riforma, sono rimaste aperte e per buona parte ‘in sospeso’» aveva evidenziato il vescovo di Mantova Marco Busca.
Un processo generativo
I primi seminari hanno visto intrecciarsi contributi di stampo liturgico, morale, canonistico, pastorale e sociologico. Gli esiti sono confluiti nel convegno Ripensare la prassi penitenziale. La terza forma della penitenza: esperienza da archiviare o risorsa? (Padova, febbraio 2023) i cui atti sono stati pubblicati nel volume Ripensare la penitenza. La terza forma del rito: eccezione o risorsa?, a cura di Andrea Toniolo e Roberto Bischer, edito da Queriniana nel 2024.
Questa prima fase ha consentito di tracciare alcuni punti fermi: se dal versante del diritto canonico l’unica forma ordinaria è e rimane la confessione individuale, l’esperienza vissuta ha mostrato come il mutare dei contesti personali e comunitari possa innescare processi generativi, cambiamenti importanti, collocabili entro quel dinamismo di riforma che, nella storia della chiesa, è inesausto. Tra conferme e prospettive nuove, si è acuita la consapevolezza della complessità del tema e il desiderio di continuare a indagarlo da altri versanti, filosofico, antropologico e psicologico, socioculturale, catechetico e sacramentale, a partire però dall’approccio storico; la prassi penitenziale della chiesa, infatti, si è trasformata più volte lungo i secoli, in profondità. Ripercorrendone l’evoluzione, in particolare durante i decenni successivi alla stesura del nuovo Ordo paenitentiae (1974), è stata riconosciuta, insieme ai risultati positivi, la difficoltà di giungere a un equilibrio tra dimensione personale ed ecclesiale della penitenza, e questo snodo si è via via confermato come cruciale.
Tra dimensione personale ed ecclesiale
Considerando il versante personale, si è visto come il sacramento sia stato certamente uno strumento di disciplina, ma come al contempo sia stato e rimanga il luogo più raffinato in cui è possibile esercitare l’analisi introspettiva: sollecita infatti dinamiche antropologiche di grande importanza e incrocia processi determinanti per promuovere la consapevolezza del male. Purtroppo, nella prassi, esso risulta chiuso nella dimensione individuale, ridotto a una «forma iper-privata di gestione della colpa». La penitenza viene vissuta come atto puntuale di ‘espiazione’ dimenticandone la radice fondamentale, quella virtù di penitenza legata in primo luogo a battesimo ed eucaristia, la virtù morale grazie alla quale la volontà si distacca interiormente dal peccato e matura il desiderio di riparare come scelta di giustizia.
La stessa complessità del male conferma come ogni percorso verso il perdono sia tutt’altro che esperienza individuale e puntuale. Il sacramento che ne è luogo privilegiato non può quindi funzionare «senza tempo, senza spazio, senza corpo», ma deve configurarsi come cammino di risanamento, sia interiore che relazionale.
Emerge qui la seconda dimensione, ossia quella ecclesiale. La penitenza non riguarda solo il penitente. Né solo il penitente e il confessore. È azione di tutto il soggetto ecclesiale, attraverso cui la chiesa riconosce la propria peccabilità e, insieme, l’essere in se stessa riconciliata: questa è la condizione previa per essere, poi, riconciliatrice. Per sua stessa natura, questa azione coinvolge quindi diversi soggetti: il penitente, noi-chiesa, il Signore Dio che precede ogni iniziativa umana e genera il percorso di penitenza. Sono «tre centri significativi del sacramento che necessitano di una struttura simbolica plurima».
Questa natura policentrica esige, quindi, un ripensamento del processo penitenziale corrente, che valorizzi e incrementi le diverse possibilità celebrative, già consentite dal rituale, diventando più ampio, diversificato e flessibile.
La possibilità di ricominciare
Si aprono così alcune strade promettenti, a partire dalla necessità di superare lo scollamento tra le tante esperienze sacramentali e non sacramentali già attive nella prassi pastorale. Possiamo pensare alla valorizzazione del momento penitenziale dell’eucaristia, a una riqualificazione del cammino della Quaresima in senso sia personale che comunitario, alla proposta di momenti penitenziali non sacramentali che aiutino le persone a soffermarsi sulle loro relazioni, con Dio e con il prossimo, alla valorizzazione del testo biblico come fonte di introspezione e sostegno nelle fatiche… ma anche a una diversa collocazione del sacramento nei cammini di iniziazione cristiana, come chiesto nel Documento finale del Sinodo (n. 48.b).
Sono solo alcuni esempi tra i tanti, che intercettano la ricchezza dei tentativi già in atto nelle comunità cristiane, provocate da una sensibilità crescente. Nella ricognizione del sentire culturale intorno al tema abbiamo visto, insieme all’emergere delle interessanti e provocatorie caricature delle nostre prassi, come la questione del male e del perdono continui a essere riconosciuta come uno snodo essenziale per l’umano, con la centralità della dimensione del lutto, della sofferenza, e con il bisogno di dire, di ‘confessarsi’. È evidente anche il legame tra il fare memoria e il perdono, la necessità di accettare il passato, riconoscere quanto fatto, accogliere l’espiazione, che apre alla possibilità di ricominciare.
Conclusa la ricerca, si apre quindi una nuova sfida: inizia il tempo in cui si cercheranno vie per concretizzare i risultati nella prassi pastorale, in particolare attraverso un’azione divulgativa, formativa, forse anche di sperimentazione e di monitoraggio. Non si tratterà di applicare ‘ricette’ facili ma di esplorare le possibilità di una riforma pastorale della celebrazione della penitenza, che consenta di valorizzare al massimo le possibilità offerte dal rituale.
Assunta Steccanella
docente di Teologia pastorale
Facoltà teologica del Triveneto
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