Potrei credere solo a un Dio che danza. Fede e cultura in Tomàš Halìk

Novità editoriale. Esce per Triveneto Theology Press il libro digitale open access di Tommaso Dal Mas che introduce al pensiero del sociologo e teologo cecoslovacco, a partire dalle sue opere principali, valorizzandone le proposte di lettura del tempo presente.

Il cambiamento d’epoca che stiamo vivendo sta toccando l’esistenza umana sotto tutti i punti di vista: religioso, culturale, sociale, ecclesiale, personale, ambientale, storico, psicologico. Il teologo e sociologo Tomàš Halìk da tempo legge e interpreta i cambiamenti e le crisi, che il mondo e la chiesa stanno affrontando, con un approccio originale, da lui definito “kairologico”, ossia tentando di scorgere una opportunità, un “oltre” fecondo dentro il tempo e gli eventi che ci coinvolgono. Ed è attorno al pensiero di Halìk che il giovane ricercatore Tommaso Dal Mas sviluppa il suo studio dal titolo Potrei credere solo a un Dio che danza. Fede e cultura in Tomàš Halìk pubblicato da Triveneto Theology Press, marchio editoriale della Facoltà teologica del Triveneto, in edizione digitale open access (Theology 13, pp. 98), scaricabile gratuitamente a questo link.

Le idee e il nome di Halìk circolano frequentemente negli ambiti ecclesiali italiani, dalle accademie alle parrocchie. «Tuttavia, come spesso accade, il suo pensiero rischia di essere più citato che adeguatamente conosciuto e approfondito» avverte nella prefazione al libro Stefano Didonè, docente di teologia fondamentale alla Facoltà teologica del Triveneto e direttore della rivista accademica Studia patavina. Evidenziando la particolarità della ricerca di Dal Mas come una prima introduzione all’autore cecoslovacco a partire dalle sue opere principali, Didonè sottolinea come questo saggio valorizzi «le proposte concrete del teologo di Praga, quali il recupero della dimensione contemplativa dell’esperienza cristiana e dell’accompagnamento spirituale, il profilo discreto del celarsi di Dio nelle pieghe del quotidiano e soprattutto la cura per le relazioni».

Re-legere, re-comprehendere e re-formare sono i tre movimenti che scandiscono la riflessione del teologo ceco nell’interpretazione teologica dei processi culturali e sociali: la rilettura del tempo presente, la ricomprensione dell’attuale crisi come opportunità e il riconoscimento del cammino sinodale come via privilegiata per la riforma della chiesa, dell’esperienza della fede, dell’annuncio e della testimonianza.
«Il cristianesimo – rileva Dal Mas – dopo essere stato per secoli religio nel senso di sfondo unitario della società, ha perso in epoca moderna tale ruolo, diventando una tra le possibili visioni del mondo. Oggi si trova in un periodo di transizione, segnato da crisi profonde, ma cariche di opportunità per una sua riforma autentica». La crisi della chiesa si innesta nel momento di crisi e cambiamento mondiale. Le crisi, tuttavia, possono essere considerate come un impulso alla maturazione, nella consapevolezza che, se non vengono colte in tal modo, possono portare al fallimento.
Se le crisi mettono in luce come il “sistema” ecclesiale presente non sia più in grado di rispondere in modo adeguato alle rinnovate necessità e alle nuove sfide che la realtà pone, per Halìk è necessario affrontare insieme le sfide che la chiesa incontra, alla luce di alcuni dati di realtà interpretabili come possibili segni dei tempi, come il numero crescente dei nones, la globalizzazione che ha reso il mondo sempre più interconnesso, ma paradossalmente più diviso, la sete sempre maggiore di spiritualità e le pandemie degli abusi e del Covid. Tra quelle che per Halìk sono le possibili risposte ecclesiali a queste sfide, Dal Mas evidenzia, in particolare, «la necessità di un ecumenismo ampio che porti avanti una tensione globale e integrale all’unità, riconoscendo specialmente in ciò la chiamata per la chiesa a cercare con chi cerca». Da qui anche la proposta «di formare persone e centri di accompagnamento spirituale e la necessità di una nuova ermeneutica del ruolo della chiesa nella società, come base per una riforma autentica delle strutture e della mentalità ecclesiali, che porti a una cultura relazionale sana, specialmente per i futuri presbiteri, fondata sul rinnovamento della spiritualità e sull’accento al ruolo eminentemente pastorale dei sacerdoti».

L’autore spiega poi il titolo dato al libro, “Potrei credere solo a un Dio che danza”, paradossalmente ispirato a una frase di Nietzsche, con cui ha inteso esprimere l’iniziativa gratuita di Dio che si può cogliere grazie alla prospettiva kairologica. «Egli è in origine un Dio di relazione, un Dio che si muove verso di noi e invita a muoversi verso di lui, perché è il Dio della comunione, della festa, della gioia. È questo Dio – che desidera la relazione con ciascuno – che noi cristiani siamo chiamati a incontrare e testimoniare, rendendolo credibile a partire dal nostro relazionarci umano. È ciò è ancora più carico di significato e senso se in grado di accogliere e vivere le virtù di fede, speranza e carità, riformandosi e rigenerandosi da esse e attraverso di esse. La vita di Dio – conclude – penetra nei cuori attraverso le relazioni, accade in modo del tutto unico e personale dentro le relazioni».

Paola Zampieri

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