Interrogare Dio, entrare nel mistero dell’amore. Intervista a Timothy Radcliffe e Łukasz Popko

Il predicatore domenicano e il biblista polacco, a Padova per il Festival biblico e per incontrare gli studenti della Facoltà, hanno risposto ad alcune domande, a partire dalle sottolineature di papa Francesco contenute nell’introduzione al loro libro “Domande di Dio, domande a Dio”: l’inquietudine del credente, la capacità di porsi domande, la fecondità dell’umorismo.

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L’inquietudine del credente, la capacità di porsi domande, la fecondità dell’umorismo. Sono i tre appelli che papa Francesco avverte riecheggiare nel libro Domande di Dio, domande a Dio. In dialogo con la Bibbia scritto dal predicatore domenicano inglese Timothy Radcliffe (a cui l’Università di Oxford ha conferito il titolo di “doctor of Divinity”, dal 1992 al 2001 maestro dell’ordine dei frati predicatori), e il giovane biblista polacco Łukasz Popko (docente a Gerusalemme all’Ècole biblique et archeologique).
Il libro, pubblicato da Libreria Editrice Vaticana nell’ottobre 2023, con la prefazione di papa Francesco, è un dialogo tra due esperti della Sacra Scrittura che indagano il significato e la portata esistenziale di 18 domande di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio, sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.
Nell’intervista, raccolta in occasione della presenza in Facoltà teologica del Triveneto a Padova dei due autori, ci siamo fatti guidare dai tre spunti offerti dal papa nella prefazione.

Qual è l’inquietudine del credente? Perché è importante rimanere inquieti?
Timothy Radcliffe (TR): «Antoine St Exupery ha detto: se vuoi che le persone costruiscano barche, fagli assaggiare il mare. Allora scopriranno come costruire le barche da soli. C’è in ogni essere umano una sete di infinito: amore infinito, verità e bellezza. Nessuno sarà soddisfatto per sempre con solo un po’ d’amore. Dio è quell’infinito che desideriamo. Alcuni santi, come Gregorio di Nissa, pensavano che anche in paradiso cammineremo sempre più profondamente nel mistero».

Se l’inquietudine è un fatto positivo, come la si alimenta?
TR «Manteniamo vivo questo aprendoci ai vangeli in cui Gesù ci invita sempre ad andare oltre. Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste. Ma chiunque, anche se di una fede diversa o senza fede, che ama la verità, la bellezza o è stato toccato da un amore profondo, può essere nostro alleato. Recentemente, quando sono stato a Chicago, un vecchio domenicano ha detto che noi domenicani rimaniamo vivi finché studiamo. Se ci fermiamo, deperiamo, anche se non saremo fisicamente morti per altri dieci anni!».

Gesù amava fare domande. Perché sceglie questa forma di interlocuzione con l’uomo? E per l’uomo, che cosa significa fare domande?
Łukasz Popko (LP) «Gesù poneva domande perché la Parola di Dio si rivela attraverso il linguaggio umano, quindi utilizza tutti i mezzi di comunicazione propri del linguaggio umano. Le domande non hanno solo la funzione di ottenere informazioni. Ad esempio, quando Gesù incontrò un cieco, gli chiese: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). La cecità non era un segreto. La natura del problema da risolvere era chiara. Tuttavia il centro dell’attenzione di Gesù non era la cecità, ma il cieco. Per questo ha posto la domanda “Cosa vuoi?”: per restituirgli il controllo sulla sua vita. La persona bisognosa non è mai un oggetto passivo, occasione di miracolo come l’acqua che deve trasformarsi in vino. Le conversazioni e le domande esprimono e formano la nostra natura di persone».

A Dio si può rivolgere qualsiasi domanda?
LP «Non ricordo nessuna domanda che sarebbe proibita o per la quale Dio punirebbe l’uomo audace. Al contrario, alcune delle domande rivolte a Dio e trasmesse attraverso le Scritture potrebbero risultare scioccanti: Perché mi hai abbandonato? Perché dormi? Perché ci hai fatto questo? Si tratta di rimproveri! Il grande tesoro è che giungono a noi come testi ispirati. Dio ci insegna come pregare e come parlargli. Consideriamo i tre amici di Giobbe che continuarono a difendere Dio dalle feroci e lunghe domande provocatorie di Giobbe rivolte a Dio. Alla fine, Dio disse: “Voi non avete detto di me cose rette, come il mio servo Giobbe” (Gb 42,7)».

Quali sono i presupposti per mettersi davvero in ascolto?
LP «Il libro di Giobbe è un ottimo esempio di ascolto. Giobbe sofferente e arrabbiato aveva bisogno di dire le sue cose, magari anche quando erano esagerate, sproporzionate e ingiuste. Dio gli ha dato lo spazio per farlo. Il Libro di Giobbe è un grande libro, non sul Dio silenzioso ma sul Dio che ascolta. Sì, per ascoltare bisogna tacere. Forse questo spiega il silenzio di Dio in alcuni momenti della nostra vita? Ascoltare significa fare spazio e donare tempo, a volte tanto tempo».

Nell’introduzione al libro, Papa Francesco sottolinea il ruolo dell’umorismo “come espressione umana che si avvicina molto alla grazia”. Un elemento in grado di “riconfigurare”, se così si può dire, lo stile del credente?
TR: «Certamente, nella mia tradizione britannica, non c’è negatività nell’essere umoristico. Infatti spesso le cose più serie le diciamo con una battuta! L’umorismo getta una luce inaspettata sul mondo e sugli altri. Apre una nuova prospettiva. Libera la mente vedendo che trascendiamo la mentalità del mercato, dove tutto ha un prezzo, e gioiamo del dono. Gli amici ridono insieme per il bellissimo dono dell’amicizia. Anche nell’Antico Testamento, nei Proverbi, la Sapienza è giocosa. C’è nella saggezza una qualità ludica infantile che libera la mente da una serietà ottusa e letterale. È difficile trovare molte battute nel Nuovo Testamento, ma Gesù ha gioia e ride. Anche san Tommaso d’Aquino mostra umorismo nei suoi scritti».

Un’ultima domanda, per allargare la riflessione. L’uomo oggi, nel mondo della post-verità, tra tecnologia, social media, fake news e slogan, fa fatica a tenere insieme mente e cuore, emozioni e azioni. Cosa ci aiuta a riconquistare l’integrità della nostra persona?
LP «La ricchezza di impulsi colpisce i nostri sensi in misura molto maggiore di quanto siamo in grado di digerire. Il nostro cervello ha, quindi, la capacità di selezionare e disattivare le informazioni che non servono; come il rumore di fondo del treno durante il nostro viaggio. È necessario se si vuole concentrarsi. La scelta di cosa ascoltare, e cosa spegnere, dipende dalle nostre azioni, dalla direzione del nostro movimento. Mentre vado in bicicletta o guido in macchina in autostrada non riesco ad ammirare il paesaggio. Questo è riservato a una passeggiata tranquilla o semplicemente a una posizione seduta. Forse questo è anche il motivo per cui così tante persone rimangono bloccate nel loro percorso di vita e, invece di essere protagonisti della propria vita, diventano osservatori della vita degli altri. Nel momento stesso in cui inizierai a camminare, e per necessità camminerai in una certa direzione, otterrai i criteri per valutare quali dati sono importanti e quali no. Il caos informativo non è colpa dei mass media, ma della percezione dei consumatori dell’informazione, che non hanno una meta. È anche il movimento che ci dà coerenza. Non credo ai self-made personificati una volta per tutte, prodotti davanti allo specchio o attraverso la serie di selfie. È una realtà superficiale, non vera. Diventiamo ciò che siamo mentre camminiamo, amiamo, commettiamo errori, corriamo rischi e così via».

Come tornare ad amare la verità?
LP «Per analogia, alla pletora di impulsi esterni c’è anche una pletora di impulsi e informazioni interne, a volte contraddittorie. Anche un monaco nel suo eremo trova la pace non eliminando queste informazioni interne ma mettendole in ordine, secondo la gerarchia creata dallo scopo a cui tende nella sua vita. Ecco perché la crisi avviene spesso nei momenti in cui si cambia direzione, si spostano gli obiettivi della vita e per necessità si rallenta o ci si ferma del tutto. Quando non sappiamo dove andare, tutte le direzioni sembrano ugualmente importanti, si insinua l’impressione di un caos opprimente, interno ed esterno. Quando perdiamo il movimento, perdiamo non solo la direzione, ma anche la forma; come una trottola che smette di girare. Muoversi in una direzione è anche l’occasione per verificare e provare la falsità delle nostre scelte di vita. Anche i filosofi da salotto, gli scettici e i relativisti, quando operano in questo mondo, devono avere almeno una qualche nozione pragmatica della verità. C’è qualche possibilità che l’esperienza dell’errore mi insegni qualcosa. Il guardare all’insieme infinito di riflessi non lo farà».

Paola Zampieri

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