Nascere e morire: quale limite?

Nascere e morire sono esperienze universali ma caratterizzate da significati, simboli e ritualità differenti nelle diverse culture. Il confronto con il contesto africano – che la globalizzazione porta anche nel nostro paese – ci aiuta a ridefinire il concetto di limite nel rapporto tra vita e morte.

Tornare a ripensare al limite, farne esperienza e accettarlo – come gli africani, che non tracciano una linea netta di separazione fra nascere e morire, mentre noi rimuoviamo la morte come evento che esula dalla vita; tornare a includere la morte nel vivere può forse aiutare a ripensare alcune richieste di porre fine alla vita. È questo il messaggio emerso dalla giornata di studio Nascere e morire nella cultura africana, promossa dall’Istituto superiore di Scienze religiose di Padova il 28 febbraio 2017 nella sede della Facoltà teologica del Triveneto.

Nascere e morire sono eventi universali, esperienze di ogni vivente e che per l’uomo sono ricche di simboli, significati, ritualità. In particolare nel contesto africano, scelto come ambito di approfondimento, l’eterogeneità religiosa e culturale è fortemente influenzata dalle tradizioni locali e crea un retroscena complesso nella storia di ogni singolo migrante che raggiunge il nostro paese. «Ogni società modella l’essere umano – spiega l’antropologa Ana Cristina Vargas, direttrice della Fondazione Fabretti e docente dell’Università di Torino – La cultura è qualcosa che ci plasma in profondità, anche nel corpo. Pensiamo al massaggio neonatale che in Africa, oltre a portare benessere psicofisico al bambino, racchiude un messaggio metaforico: il neonato è argilla molle che acquisisce forma, forza e resistenza dal contatto con le mani della mamma. Seppellire placenta e cordone ombelicale invece è radicare la persona alla terra».

Nella sfera del morire, il rito funebre conferisce significato alla morte e costruisce comunità, «è un elemento chiave per restituire spazio alla memoria del defunto e per il processo di significazione della perdita – spiga l’antropologa – Questa possibilità è sottratta alle famiglie dei migranti scomparsi in mare e l’Europa dovrebbe fare uno sforzo maggiore sia nel salvataggio dei naufraghi sia nell’identificazione dei cadaveri dei morti durante le traversate del Mediterraneo. Si tratta di restituire dignità a queste persone».

Il trattamento delle salme, poi, si differenzia nelle diverse culture e religioni. «Per l’islam il lavaggio della salma richiede un preciso rituale perché permette la purificazione prima di presentarsi al cospetto di Allah. Può essere fatto dall’imam o da una donna anziana rappresentante della comunità, con acqua che scorre. Nei nostri ospedali dove si trovano luoghi idonei? Per una buona convivenza fra persone di diverse culture – conclude Vargas – è necessario costruire un processo di dialogo con le varie confessioni religiose, e questo richiede osservazione, ascolto, empatia, comunicazione e consapevolezza».

La separazione fra nascere e morire, intesi come due poli opposti della vita, come due concetti che si escludono, è completamente assente nella cultura africana. «Nascere e morire entrano nell’universo simbolico della stessa cultura non come due fenomeni estranei, bensì interconnessi, in cui il morire segna l’inizio del ri-nascere» spiega don Oliver Izuogu, dottorando alla Facoltà teologica del Triveneto. Nella religione tradizionale africana nascere e morire sono entrambi segnati da momenti di lutto e di festa. Ad esempio, spiega Izuogu, mamma e neonato dopo il parto vengono isolati e la madre si taglia i capelli come durante il lutto; ciò simboleggia il periodo del morire, da cui madre e figlio risusciteranno e riprenderanno la vita normale, con grandi festeggiamenti nel rito di conferimento del nome al bambino, che segna l’inizio della sua esistenza. Così la morte di una persona in età avanzata, fatto doloroso ma ineluttabile, è vissuta come un cambiamento del modo di appartenenza della persona scomparsa alla famiglia e alla comunità, ed è segnata da espressioni di dolore ma anche di festa.

Questa percezione dell’ineluttabilità della morte, molto forte nella cultura africana, se lenisce la sofferenza per la morte di un anziano, non rende meno drammatica la perdita di un bambino. «L’urlo della madre a cui muore il figlio è identico in Africa e in Italia» – afferma Mauro Anselmi, pediatra con una lunga esperienza in Tanzania con Madici con l’Africa-Cuamm. Paradossalmente si vive di meno dove si nasce di più: a fronte di un tasso di natalità che per il Nord del mondo è del 7-8 per mille abitanti e in Africa arriva fino al 50 per mille, il 45 per cento delle morti infantili mondiali si verifica in Africa, mentre da noi il tasso di decessi di nati vivi è del 3,3 per mille.
«Aids, malaria, diarrea, tubercolosi, infezioni respiratorie e malnutrizione rendono la morte di un bambino un’esperienza ben presente in Africa – spiega il medico – D’altra parte, la mortalità materna è un vero dramma per una società che si regge sulla figura della donna. La situazione è agghiacciante nei paesi in cui ci sono guerre, sia per l’effetto diretto del conflitto sia per la distruzione della rete sanitaria di assistenza».

Fare i conti quotidianamente con queste situazioni porta a dare anche un senso diverso alle cose. In Italia la morte di un bambino è un fatto eccezionale e si tende ad attribuirla a un destino avverso, si cerca un responsabile, spesso il medico che si ritiene non abbia fatto abbastanza. «In Africa prevale il senso di ineluttabilità – spiega Anselmi – Il morire fa parte in qualche modo del percorso familiare; l’evento-morte lo possono contemplare e quindi lo affrontano in maniera diversa».

Paola Zampieri

 

 

Immagine: ©NicolaBerti – per concessione di Medici con l’Africa-Cuamm

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