Un cantiere di pensiero per fare incontrare la Tradizione con le donne e gli uomini di oggi

Il terzo e ultimo incontro del seminario “Serve la chiesa” ha evidenziato come si stia aprendo per la chiesa un cantiere di pensiero teologico morale, nel quale lasciare che il Vangelo illumini la cultura e da essa si lasci provocare. Gli interventi del vescovo Giampaolo Dianin su omosessualità, divorziati risposati, abuso e di don Lorenzo Voltolin sui linguaggi della liturgia.

Il seminario di studi Serve la chiesa? La chiesa a confronto con le richieste dell’uomo contemporaneo è arrivato al terzo e ultimo appuntamento giovedì 23 novembre 2023, attorno a due focus: la credibilità e la mediazione della chiesa; i linguaggi della liturgia. Ospiti della serata, provocati dalle domande dei giovani, mons. Giampaolo Dianin, vescovo di Chioggia, già docente di Teologia morale alla Facoltà teologica del Triveneto, e don Lorenzo Voltolin, docente nella stessa Facoltà.

Vangelo e cultura, verità e misericordia

La prima domanda riguarda il rapporto della chiesa rispetto ai grandi temi di attualità, in particolare rispetto all’omosessualità, ai divorziati risposati, all’abuso (in varie forme) da parte di ministri ed educatori cattolici. In gioco è il rapporto tra una Tradizione, che è viva, e l’incontro con donne e uomini di oggi. Dunque, va messa a parola prima di tutto la relazione tra il Vangelo e la cultura. Si apre una domanda che non può lasciare indifferenti: “Perché il Vangelo fa così fatica a toccare e a trasformare la cultura?”. Ci è chiesta quindi prima di tutto una postura umile, che sappia riconoscere come la distanza tra le posizioni della chiesa e le domande di giovani e di adulti sia da collocare nella più grande e vera distanza di tutti, anche della chiesa, dal Vangelo. Una distanza che non è un giudizio, ma un appello continuo, una chiamata continua alla conversione, nella quale tutti sono coinvolti. Riconoscere e abitare questa chiamata è il primo passo per restare con lo sguardo di Dio dentro la storia.
È in questa posizione che si possono dunque accogliere anche gli interrogativi più particolari. Circa il grande e complesso ambito della sessualità, così come oggi è culturalmente proposta, si nota una tendenza, quella di ipotizzare che l’uguaglianza esiga in maniera inequivocabile l’annullamento delle differenze, quasi non possa esistere una diversità nel riconoscimento dell’uguale dignità. L’uguaglianza non comporta l’annullamento delle differenze: la vita ci precede sempre e ha le proprie leggi. La differenza dei sessi appartiene alla struttura antropologica dell’umanità, perché l’essere umano non si costruisce senza questa struttura. Questa postura fonda profondamente il riconoscimento della dignità di ogni persona, in qualsiasi condizione si trovi. Dunque, si sta aprendo per la chiesa un grande cantiere di pensiero teologico morale, nel quale lasciare che il Vangelo illumini la cultura e da essa si lasci provocare, oltre le reazioni spesso strumentalizzanti di un pensiero dominante.
La dialettica tra verità e misericordia, entrambe espressioni del volto di Dio, è centrale anche nell’accompagnare, verso una ritrovata comunione con la chiesa, coloro che vivono un rapporto matrimoniale ferito, secondo le preziose indicazioni del capitolo 8 di Amoris laetitia. In questo modo non si perde né l’ideale del matrimonio né l’accoglienza e l’accompagnamento della fragilità umana: è questa la duplice tensione che Gesù ha custodito nei suoi incontri.
Infine, in questo solco di continua scoperta da parte della chiesa della verità misericordiosa del Vangelo, sta anche il necessario cambiamento di approccio rispetto ai casi di abuso, sessuale e non, che tanto dolore creano.

Ritualità e arte

Per quanto riguarda il secondo focus, quello sulla liturgia, in particolare sull’importanza dei riti cristiani in una cultura che tende a ritenerli superflui, e sull’utilizzo dell’arte, che si presta ad un’interpretazione di sfarzo, va chiarito prima di tutto cosa si intende per liturgia e cosa si intende per ritualità. La liturgia è un insieme più piccolo della ritualità; vive di due poli: quello teologico, cioè è azione di Dio per il suo popolo, e quello antropologico, perché questa azione non avviene senza i gesti umani. Si accede così al mistero stupendo dell’incarnazione di Dio: i gesti degli uomini sono necessari all’opera di Dio. Ne nasce un’affermazione di fondo: i linguaggi della fede determinano i contenuti della fede. La fede “è” i suoi linguaggi. La forma determina il contenuto. Il rito invece è diverso dalla liturgia: non tutti i riti sono liturgia, perché mancano del polo teologico. C’è una ritualità nella vita che supera quella liturgica, anche tra i giovani: quindi non manca un linguaggio rituale. Dove sta dunque la difficoltà rispetto alla liturgia? Il rito è “ergologico”, cioè compie quello che dice. Quando questo è messo in crisi? Quando si cerca la perfezione, coprendo così l’eccedenza che nasce da una reale partecipazione. Il canto degli anziani non sarà perfetto, ma fa commuovere; così il sorriso del bambino che si muove in chiesa, non è perfetto, ma fa sorridere. Se una liturgia è partecipata, non è perfetta.
Perché allora oggi la ritualità della chiesa non è capita? Perché abbiamo ridotto molto il significato di primo livello dei simboli della liturgia, e così si è ristretta la produzione di senso, che è nel secondo livello. Per esempio, l’accensione di una piccola luce al posto del braciere nella veglia pasquale contraddice le parole “Cristo, luce del mondo”. E di questi esempi se ne possono fare tanti. Se la liturgia è fonte e non solamente culmine, si possono pensare forme di introduzione a essa attraverso una pluralità di celebrazioni liturgiche adatte alle varie età.
Lo stesso vale per l’arte: tanto più ridurrò il referente fisico, tanto più ridurrò il significato. Solamente se la fede lascia la via concettuale, molto esplorata ma poco generante, per abbracciare anche quella estetica, troverà vie nuove di inculturazione.

Rolando Covi
docente di Catechetica
Facoltà teologica del Triveneto

 

 

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